Eccoci con Paolo Carone. Il titolo del tuo Ep suggerisce un punto di non ritorno. Per te “La caduta” è solo perdita o può essere anche un atto di consapevolezza?
“La caduta” è un lavoro consapevole, l’opera di chi a 45 anni decide di lasciare un retaggio di ciò che è la sua natura artistica, i suoi studi e la sua vocazione. Un atto sicuramente di consapevolezza.
Dopo un lavoro così intenso e definitivo, senti di esserti liberato di qualcosa o, al contrario, di aver aperto una ferita nuova?
Sento di aver fatto ciò che dovevo fare, di non aver tradito la mia essenza artistica, la mia cultura, le mie ambizioni intellettuali.
Questo EP sembra chiedere un ascolto attento, quasi scomodo. Che tipo di rapporto speri si crei tra l’ascoltatore e queste canzoni?
Sarà un rapporto difficile, che richiederà tempo di qualità a degli ascoltatori (se ancora ce ne sono). Questo tipo di lavoro richiede impegno e ripetizione nell’ascolto, richiede ricerca, richiede critica ed analisi.
Pensi che “La caduta” segni una linea netta anche per il tuo futuro artistico o lo consideri un capitolo unico e irripetibile?
Credo che sia un binario parallelo a ciò che ho fatto fino ad ora: non andiamo a sostituire ciò che abbiamo creato e pubblicato ma aggiungiamo un modo di fare Arte che possiedo da sempre e che non vedevo l’ora di diffondere.
Se tra dieci anni qualcuno dovesse riscoprire questo EP, cosa speri che senta, al di là delle canzoni?
Spero che si immedesimi empaticamente nei personaggi, spero che ne legga le storie dalle interviste e che provi le stesse cose che provo io nel suonare questi primi sei brani. In altre parole, ricordo ed emozioni.
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