“Layers” e la libertà del suono: intervista a Fabrizio Paterlini

Nel suo nuovo progetto “Layers”, Fabrizio Paterlini esplora la complessità e la libertà del suono in dialogo con Marco Remondini e Stefano Zeni. Un lavoro che intreccia silenzio, energia collettiva e ricerca personale, in un equilibrio costante tra struttura e improvvisazione.

Cosa ti ha spinto ad aprire la tua musica all’interazione dal vivo con altri musicisti?

«Sentivo il bisogno di dare alla mia musica una dimensione più condivisa. Con Marco e Stefano ho costruito brani con una struttura precisa, con binari ben definiti dal punto di vista compositivo. Dentro questi binari, però, la scelta di come muoversi è stata completamente libera. È questo equilibrio tra direzione e libertà che ha reso il progetto vivo: ogni volta che suoniamo insieme, la musica si rinnova pur restando fedele alla sua forma.»

Com’è stato lasciare libertà a Remondini e Zeni nelle loro parti?

«In realtà non è libertà totale, ma un equilibrio sottile tra scrittura e interpretazione. Le parti sono pensate con attenzione, ma lasciano spazio al respiro di chi suona. L’obiettivo non era improvvisare, ma far sì che ogni brano suonasse vivo, unico, diverso ogni volta. Credo che questa freschezza sia una delle caratteristiche più forti del progetto.»

Cosa significa per te “Layers”?

«“Layers” è un modo di raccontare la complessità. È la somma di più piani — sonori, emotivi, artistici — che convivono e si intrecciano. È anche una metafora del mio percorso: oggi non mi interessa più la purezza di un solo linguaggio, ma la profondità che nasce dalla sovrapposizione. Ogni layer è una parte di me, e insieme formano un paesaggio che cambia nel tempo.»

Cover del singolo Silent Remains che anticipa l’uscita dell’album Layers (We Music)

“Silent Remains” unisce silenzio e energia collettiva: come hai trovato l’equilibrio?

«Credo che il silenzio non sia mai assenza, ma presenza. In “Silent Remains” il silenzio diventa parte del dialogo: è ciò che permette alla musica di respirare. L’energia collettiva nasce proprio da lì — dal rispetto dello spazio, dall’ascolto reciproco, dal non voler riempire tutto. È un brano che vive di equilibrio, e ogni nota pesa il giusto.»

Dopo tanti anni e milioni di ascolti, cosa vuoi ancora raccontare con il pianoforte?

«Il pianoforte resta il mio modo più diretto di comunicare. Ogni volta che torno a lui, trovo una verità diversa. Non cerco di raccontare qualcosa di nuovo a tutti i costi, ma di raccontare meglio: con più onestà, con meno filtri.È come se il pianoforte crescesse insieme a me.»

Hai sperimentato dal minimalismo al grunge: cosa ti spinge a cambiare direzione?

«La curiosità. Non riesco a restare fermo in un luogo artistico troppo a lungo.
Ogni progetto nasce da un’urgenza diversa: Attitude, ad esempio, è nato dal desiderio di rileggere il grunge in chiave pianistica; Layers, invece, è un passo avanti nel mio modo di intendere la composizione. Cambiare direzione è, per me, l’unico modo per restare fedele a me stesso.»

Ivano Moriello

Giornalista da circa 15 anni, amo la musica e i viaggi. I concerti live sono il mio pane quotidiano e seguo con grande passione il calcio, tifando per il Napoli.

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