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Ci sono album nei quali la produzione è il punto di partenza e album nei quali la canzone viene prima di tutto. “Fame di me” appartiene chiaramente alla seconda categoria. Mauresio parte dai testi, li conserva nel tempo e solo successivamente costruisce attorno alle parole il corpo musicale del progetto.
Questa genesi è fondamentale per comprendere l’album. La scrittura non è un elemento decorativo della produzione: è il centro gravitazionale. Le dodici tracce nascono da episodi differenti e non raccontano una sola relazione, ma sono accomunate da un io narrante che osserva l’amore attraverso una lente estremamente personale.
Il lessico del disco è fortemente visivo. Le emozioni vengono continuamente tradotte in immagini concrete: il mare e il sale, il cielo, la pioggia, la luna, il deserto, il circo, lo champagne. È una scrittura che tende al cinematografico e che trova nella musica il modo di amplificare quella dimensione.
Anche la scelta di muoversi tra dream pop, indie, rock, pop, art pop ed elettronica va letta in questa prospettiva. Non sembra esserci l’esigenza di dimostrare appartenenza a una scena precisa. Il suono serve piuttosto a cambiare la luce sulle parole: una canzone può avere bisogno di intimità, un’altra di maggiore fisicità, un’altra ancora di un’atmosfera quasi onirica.
Interessante, in questo senso, è il ruolo dell’intelligenza artificiale nella produzione e nel sound design. Il progetto non attribuisce agli strumenti tecnologici la paternità delle canzoni: testi, voce, composizione e direzione artistica restano legati a Mauresio. L’AI entra dunque nel processo come tecnologia produttiva.
Il risultato è un lavoro che mette l’autore al centro in ogni fase. Non soltanto come cantante, ma come persona che decide cosa raccontare, come raccontarlo e quale atmosfera costruirgli intorno.
“Fame di me” è quindi un album nel quale il vero protagonista non è un singolo genere musicale. È la scrittura. E proprio questa centralità rende il disco riconoscibile anche quando cambia pelle sonora.
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