“Fiera” è una canzone che procede per contrasti, giocando continuamente tra contenimento e slancio. Flavia Celano sceglie una scrittura che non cerca l’effetto immediato, ma lavora per stratificazione, lasciando che le immagini si accumulino fino a costruire un ritratto emotivo complesso. Il risultato è un brano che parla di identità in costruzione, di confini messi in discussione e di un bisogno di verità che non accetta compromessi comodi.
Il testo si muove in una dimensione quasi sospesa, dove il tempo perde la sua linearità. Il passato e il futuro diventano luoghi rifugio, mentre il presente resta fragile, svuotato, incapace di offrire appigli solidi. Questa frattura temporale non è solo narrativa, ma esistenziale: racconta la difficoltà di abitare l’oggi quando ciò che si è non coincide più con ciò che ci si aspetta di essere.
Il tema della normalità viene affrontato con un linguaggio diretto ma mai aggressivo. L’idea che possa “stare stretta” ribalta la narrazione comune che la vuole rassicurante e desiderabile. In “Fiera”, la normalità diventa invece un limite, qualcosa che contiene troppo e lascia fuori l’essenziale. Da qui nasce l’immagine dell’esondare, che non ha nulla di distruttivo, ma rappresenta una naturale ricerca di spazio vitale.
Dal punto di vista musicale, l’arrangiamento curato dal maestro Francesco Daniele accompagna il testo con misura e sensibilità, valorizzandone le dinamiche emotive senza sovrastarle. Ogni scelta sembra funzionale a sostenere il percorso narrativo del brano, lasciando alla voce di Flavia Celano il compito di guidare l’ascolto con autenticità e controllo. La produzione, pubblicata per l’etichetta Musica Records, si inserisce in un contesto elegante e coerente, capace di dare respiro alle parole.
Con questo brano, Flavia Celano dimostra una maturità espressiva che non ha bisogno di eccessi per emergere. “Fiera” è una canzone che lavora in profondità, che richiede ascolto e restituisce senso, confermando una visione artistica attenta, consapevole e capace di parlare con delicatezza a chi si sente, ancora, in equilibrio precario tra ciò che stringe e ciò che libera.